Succede ogni anno, anche se si preferisce dire caso editoriale, e non letterario. Il più giovane vincitore dello Strega di sempre mostra con questo esordio indubbie capacità descrittive (già dal primo capitolo sulla scuola di sci, dove ci comunica con precisione le sensazioni dei personaggi), ma è più notevole che per questo “caso” i giornali hanno recentemente attaccato la nuova Storia della Letteratura Italiana di Alberto Asor Rosa per non aver inserito, tra gli altri, Paolo Giordano e Saviano (n.d.r: loro, non i loro libri). Asor Rosa, che un po’ ingenuamente si è fatto isolare una frase di un discorso più complesso, è colpevole di contraddirsi nei fatti: dicendo di non inserire autori con o per un solo titolo quando Sandro Veronesi, per un solo titolo, è invece elevato al rango di Valore. In un’intervista (incredibilmente soltanto 15 le interviste, o recensioni, recuperate sui giornali, ma non si contano quelle in televisione o radio) Giordano, lui, non protesta, in quanto si sentirebbe inadeguato ad entrare in una Storia “così”. Saggio atteggiamento: se fosse già nelle storie letterarie (lui, non il suo libro) non potremmo fare più nessuna critica, solo insegnamento della sua opera.
Su youtube invece, nei commenti delle video-interviste, si trovano scritte del tipo: “Chi lo critica dovrà vedersela con me!”. Sarà con essi che dovrò vedermela, non con la critica o con Asor Rosa, ma con un concerto di masse (dai ragazzini alle loro nonne): compito più ingrato perché impopolare. Asor Rosa, ipotizzo, si sbaglia nella risposta ma non nel merito. Credo che non abbia escluso Giordano perché autore di un libro solo, ma perché legato ad un’idea della letteratura che non c’entra nulla con quella che vorrebbe ammetterlo dentro la Storia della Letteratura stessa. Quell’idea che fa chiedere (probabilmente in malafede) a Fazio cosa faccia uno Scrittore “Puro”, quando alla trasmissione “Che Tempo che fa” Giordano manifesta il desiderio di dedicarsi soltanto alla scrittura. Non tutti se lo ricordano, ma tanti anni fa ci fu una sommossa contro il mito dell’autore, in merito alle inchieste del tipo cosa fa lo scrittore in “vacanza” (come se fosse più interessante degli altri lavoratori), in quanto tale rapporto tra scrittore e società era frutto di una posizione ideologica. Oggi ci siamo tornati, e lo scrittore puro è tornato ad essere l’autore: cioè il personaggio del suo libro meno il libro stesso. Sempre su youtube, i “fans” di Giordano (uguali o diversi dai suoi lettori) dicono che “per me i personaggi esistono”.
Vi spiego perché per voi i personaggi esistono. Perché Giordano non ha capacità narrative (dovrei dire in questo libro, ma per inserirmi nel dibattito parlo anch’io – per ora – del suo autore come fosse il libro). Nel romanzo il personaggio dell’omosessuale, stereotipo per eccellenza, non serve a nulla se non a debole forza di riempimento di uno spazio vuoto nel racconto. È quel qualcosa in più che sembra estraneo alla storia e quindi cattura il lettore come un “superfluo” dettaglio del reale, che fa il racconto più verosimile. Denis (tale personaggio) è leggibile dentro al testo. Ma niente si scrive in questo romanzo, poiché scrivere un romanzo significa innanzitutto raccontare: qui la storia non si risolve neanche nel finale, intendendo non nel lasciarlo in sospeso, ma nel senso che è un’opera circolare, cioè uguale a se stessa (la protagonista ritrova le sensazioni del principio), che fa si che l’inizio sia uguale alla fine. In questo è assolutamente scontata, ignora gran parte della letteratura moderna e del nostro tempo, ma è rassicurante per il lettore, che compra ciò che si consuma velocemente, come un cerchio di fuoco in cui bruciare mentre legge la sera sdraiato sul letto. I personaggi, scanditi dai titoli dei capitoli (stereotipi anch’essi es. L’angelo della neve), sono pieni del loro vuoto, cioè pieni di una descrizione fedele alla loro povertà come contenitori di un senso.
La scansione della storia è inoltre affidata alle date in indice a fianco dei capitoli (probabilmente un aiuto dell’editor) confermando l’ipotesi che il libro non è un romanzo. Oggi si mette l’etichetta di romanzo anche ad un libro come quello di Saviano, Gomorra, che fa parte del grande genere del reportage all’italiana (tipo Sciascia). In Giordano le interazioni tra i personaggi, che potrebbero scandire la storia, non ci sono. I genitori per esempio se ne fregano, le generazioni non litigano come nei grandi romanzi del Novecento (nota puntualmente Giuliano Ladolfi sulla recensione di Atelier n. 53), togliendo ogni dialettica a coloro che sembrano sprovvisti all’origine di capacità di vivere. Probabilmente nella realtà è l’inverso, o almeno più complicato: i giovani sono aiutati dai genitori perché, pur essendo capaci, la nostra società li trova incapaci. Cadendo la capacità di fare libri, di raccontare, inevitabilmente ci si ritrova ad aggrapparsi a teorie da letteratura post-adolescenziale, tipo quella della “consistenza” del personaggio, che nient’altro è che una composizione di caratteri. Allora dall’identificazione col personaggio (uno dei misteri e magie che fanno la necessità, per le persone, della letteratura) si passa all’identificazione con colui che scrive, poiché essendo i personaggi disancorati ad una storia che ne esaurisca l’illusione, s’immagina che essi siano ancora presenti e continuino altrove, da cui il fenomeno dei “fans” che, per sfortuna di Giordano (la cui gioventù e fascino sono paragonabili a quelle dei suoi personaggi), vedono ancora in lui il depositario (anche solo temporaneo) della magia della Letteratura.
Semplificando, tra l’oggetto (il libro ridotto ai personaggi) e referente (autore e lettore) non c’è più un ponte, non c’è più un senso da veicolare, ma solo il meccanismo – ideologico, intenzionale del mercato – di passare il significante (il prodotto) al consumatore (il referente) senza alcun scomodo intermediario. Il senso in teoria sarebbe la storia; il ponte – lo scomodo intermediario – la critica. Per questo l’opera di Giordano non verrà dimenticata, perché è perfettamente, a nostro malincuore, l’esempio della letteratura d’oggi. Giordano non è il manichino in mano al sistema o l’autore “puro” che sfonda grazie alla sua “matematica”. Giordano è il punto d’arrivo naturale di questo libro. E lo stereotipo, diceva qualcuno, è più rischioso perché è ciò che sembra più naturale.
Guido Mattia Gallerani
Recensione apparsa su “FarePoesia” n. 1 settembre 2009