Guido Monti e il Libro di Poesia (Eri Bartali nel gioco, Ed. Ass. Cult. “La luna”, 2008, pp. 21, incisione di Raffaella Ravelli)

pubblicato il 29 Settembre 2009 alle 20:55

      Ripartiamo dai poeti. Proporrei un’operazione, dando per buono quanto segue: tutti, forse, possono arrivare a produrre una “buona” poesia facendo pratica. Per una questione di statistica infatti, in Italia abbiamo 4 milioni di poeti e 4000 lettori di poesia, se ammettiamo che tutti quelli che dicono di scrivere poesie scrivano almeno qualche buona poesia. Allora, propongo di chiamare poeta (e si potrà vantare del titolo di poeta) solo colui che può produrre un libro di poesia. In questo modo la poesia (grazie alla critica) è salva ed avremo modo di lavorare con un numero ristretto di nuovi poeti. Guido Monti, dopo Millenario Inverno (Book Editore, pp.44, euro 10) viaggia verso un nuovo libro di poesia. Lo dice Matteo Fantuzzi in una rubrica sulla Voce di romagna (16 marzo) ricordando come la plaquette sia una forma di passaggio da un’opera ad un’altra molto usato nella poesia italiana, anche per il buon servizio e disponibilità degli editori a questo formato. Originalità importante di queste edizioni, a cura del poeta Eugenio De Signoribus, sono le note riflessive degli autori stessi e le citazioni da “poeti di riferimento” prima delle poesie.

      In questo modo abbiamo una diretta filiazione: sia con il percorso del poeta, da cui possiamo vedere come lui stesso si vede (anche in rapporto con l’opera precedente), sia con la tradizione a cui fa riferimento. Rileggendo quanto dice l’autore stesso, e mettendolo in rapporto col suo libro precedente, la poesia di Guido Monti conserva il suo tono originario, la capacità di riscrivere in sensazioni i punti cruciali di una storia personale. Il precedente libro era il racconto della nascita di una propria poesia. Era uno dei pochi libri attuali fondati sul punto di partenza di ogni linguaggio: un buco prodotto nel reale, dalle persone, nello spazio e nel tempo. Ora s’annunciano due ordini di cambiamenti: la storia a cui riferirsi è anche la storia di un popolo, per esempio quello della terra nel bellissimo testo L’Emilia, e il verso, che prima era l’uscita a tratti di una nuova parola, ora è nella sua misura un verso più “lungo”. Forse, nel prossimo libro, sarà l’indice di un flusso che raccoglie nella pagina e nelle pagine i frammenti di un discorso che l’autore non vede ancora, ma che maneggia con varietà maggiore, allo scopo di far rientrate “altro” nel suo aperto alfabeto (citando Monti). Per poter dire cos’è un libro di poesia, dobbiamo allora avvicinarlo progressivamente, seguirlo attraverso questa plaquette, il suo intermediario.          

Guido Mattia Gallerani

Recensione apparsa su “FarePoesia” n. 1 settembre 2009

Paolo Giordano o la festa dello stereotipo (La solitudine dei numeri primi, Mondadori, 2008, pp. 304, 18 euro)

pubblicato il 29 Settembre 2009 alle 20:53

   Succede ogni anno, anche se si preferisce dire caso editoriale, e non letterario. Il più giovane vincitore dello Strega di sempre mostra con questo esordio indubbie capacità descrittive (già dal primo capitolo sulla scuola di sci, dove ci comunica con precisione le sensazioni dei personaggi), ma è più notevole che per questo “caso” i giornali hanno recentemente attaccato la nuova Storia della Letteratura Italiana di Alberto Asor Rosa per non aver inserito, tra gli altri, Paolo Giordano e Saviano (n.d.r: loro, non i loro libri). Asor Rosa, che un po’ ingenuamente si è fatto isolare una frase di un discorso più complesso, è colpevole di contraddirsi nei fatti: dicendo di non inserire autori con o per un solo titolo quando Sandro Veronesi, per un solo titolo, è invece elevato al rango di Valore. In un’intervista (incredibilmente soltanto 15 le interviste, o recensioni, recuperate sui giornali, ma non si contano quelle in televisione o radio) Giordano, lui, non protesta, in quanto si sentirebbe inadeguato ad entrare in una Storia “così”. Saggio atteggiamento: se fosse già nelle storie letterarie (lui, non il suo libro) non potremmo fare più nessuna critica, solo insegnamento della sua opera.

       Su youtube invece, nei commenti delle video-interviste, si trovano scritte del tipo: “Chi lo critica dovrà vedersela con me!”. Sarà con essi che dovrò vedermela, non con la critica o con Asor Rosa, ma con un concerto di masse (dai ragazzini alle loro nonne): compito più ingrato perché impopolare. Asor Rosa, ipotizzo, si sbaglia nella risposta ma non nel merito. Credo che non abbia escluso Giordano perché autore di un libro solo, ma perché legato ad un’idea della letteratura che non c’entra nulla con quella che vorrebbe ammetterlo dentro la Storia della Letteratura stessa. Quell’idea che fa chiedere (probabilmente in malafede) a Fazio cosa faccia uno Scrittore “Puro”, quando alla trasmissione “Che Tempo che fa” Giordano manifesta il desiderio di dedicarsi soltanto alla scrittura. Non tutti se lo ricordano, ma tanti anni fa ci fu una sommossa contro il mito dell’autore, in merito alle inchieste del tipo cosa fa lo scrittore in “vacanza” (come se fosse più interessante degli altri lavoratori), in quanto tale rapporto tra scrittore e società era frutto di una posizione ideologica. Oggi ci siamo tornati, e lo scrittore puro è tornato ad essere l’autore: cioè il personaggio del suo libro meno il libro stesso. Sempre su youtube, i “fans” di Giordano (uguali o diversi dai suoi lettori) dicono che “per me i personaggi esistono”.

      Vi spiego perché per voi i personaggi esistono. Perché Giordano non ha capacità narrative (dovrei dire in questo libro, ma per inserirmi nel dibattito parlo anch’io – per ora – del suo autore come fosse il libro). Nel romanzo il personaggio dell’omosessuale, stereotipo per eccellenza, non serve a nulla se non a debole forza di riempimento di uno spazio vuoto nel racconto. È quel qualcosa in più che sembra estraneo alla storia e quindi cattura il lettore come un “superfluo” dettaglio del reale, che fa il racconto più verosimile. Denis (tale personaggio) è leggibile dentro al testo. Ma niente si scrive in questo romanzo, poiché scrivere un romanzo significa innanzitutto raccontare: qui la storia non si risolve neanche nel finale, intendendo non nel lasciarlo in sospeso, ma nel senso che è un’opera circolare, cioè uguale a se stessa (la protagonista ritrova le sensazioni del principio), che fa si che l’inizio sia uguale alla fine. In questo è assolutamente scontata, ignora gran parte della letteratura moderna e del nostro tempo, ma è rassicurante per il lettore, che compra ciò che si consuma velocemente, come un cerchio di fuoco in cui bruciare mentre legge la sera sdraiato sul letto. I personaggi, scanditi dai titoli dei capitoli (stereotipi anch’essi es. L’angelo della neve), sono pieni del loro vuoto, cioè pieni di una descrizione fedele alla loro povertà come contenitori di un senso.

      La scansione della storia è inoltre affidata alle date in indice a fianco dei capitoli (probabilmente un aiuto dell’editor) confermando l’ipotesi che il libro non è un romanzo. Oggi si mette l’etichetta di romanzo anche ad un libro come quello di Saviano, Gomorra, che fa parte del grande genere del reportage all’italiana (tipo Sciascia). In Giordano le interazioni tra i personaggi, che potrebbero scandire la storia, non ci sono. I genitori per esempio se ne fregano, le generazioni non litigano come nei grandi romanzi del Novecento (nota puntualmente Giuliano Ladolfi sulla recensione di Atelier n. 53), togliendo ogni dialettica a coloro che sembrano sprovvisti all’origine di capacità di vivere. Probabilmente nella realtà è l’inverso, o almeno più complicato: i giovani sono aiutati dai genitori perché, pur essendo capaci, la nostra società li trova incapaci. Cadendo la capacità di fare libri, di raccontare, inevitabilmente ci si ritrova ad aggrapparsi a teorie da letteratura post-adolescenziale, tipo quella della “consistenza” del personaggio, che nient’altro è che una composizione di caratteri. Allora dall’identificazione col personaggio (uno dei misteri e magie che fanno la necessità, per le persone, della letteratura) si passa all’identificazione con colui che scrive, poiché essendo i personaggi disancorati ad una storia che ne esaurisca l’illusione, s’immagina che essi siano ancora presenti e continuino altrove, da cui il fenomeno dei “fans” che, per sfortuna di Giordano (la cui gioventù e fascino sono paragonabili a quelle dei suoi personaggi), vedono ancora in lui il depositario (anche solo temporaneo) della magia della Letteratura.

       Semplificando, tra l’oggetto (il libro ridotto ai personaggi) e referente (autore e lettore) non c’è più un ponte, non c’è più un senso da veicolare, ma solo il meccanismo – ideologico, intenzionale del mercato – di passare il significante (il prodotto) al consumatore (il referente) senza alcun scomodo intermediario. Il senso in teoria sarebbe la storia; il ponte – lo scomodo intermediario – la critica. Per questo l’opera di Giordano non verrà dimenticata, perché è perfettamente, a nostro malincuore, l’esempio della letteratura d’oggi. Giordano non è il manichino in mano al sistema o l’autore “puro” che sfonda grazie alla sua “matematica”. Giordano è il punto d’arrivo naturale di questo libro. E lo stereotipo, diceva qualcuno, è più rischioso perché è ciò che sembra più naturale.

Guido Mattia Gallerani

Recensione apparsa su “FarePoesia” n. 1 settembre 2009

Coaguli

pubblicato il 2 Novembre 2008 alle 17:46

Sono tre i testi che vogliamo presentarvi di questo nuovo poeta: Alessandro Bellasio.

Tre testi tratti dalla stessa raccolta, Coaguli, diversi tra loro, ma uniti da un filo rosso (lo stesso, probabilmente, che domina l’intero fare poetico di Bellasio): l’istanza sociale ed ambientale, l’esigenza di fare il punto della situazione e costringere la società a guardare i suoi lati più oscuri.

Il primo testo, Biocyttà, apre lo sguardo su un paesaggio dal sapore apocalittico (biocyttà intreccia le interiora/ne affiora […]/del suo Corpo gigantesco/ in espansione solare), quello della moderna città dove domina il meccanicismo e l’artificialità. È una presa di coscienza della contraddizioni del nostro vivere, che si allontana sempre più dal nucleo pulsante e primigenio della natura (l’impurità è la nostra purezza). Il discorso è trascinato da una sintassi frantumata, al limite dell’automatismo.

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Mi si chiudono gli occhi…

pubblicato il 1 Novembre 2007 alle 02:09

Mi si chiudono gli occhi per il sonno ma…ce l’ho fatta!!