Saxophone street blues
Max
Si parla e si scrive sempre volentieri di giovani case editrici che cercano di aprirsi un varco nella giungla dell’editoria a colpi di machete ironico e irriverente.È il caso di Las Vegas edizioni, nata da poco tempo ma con già all’attivo alcuni interessanti titoli.Uno di questi è Saxophone Street Blues di Hector Luis Belial, pseudonimo esotico sotto il quale si cela probabilmente un giovane scrittore italiano. Probabilmente perché Belial si diverte a mischiare le carte e sul suo blog ( hectorbelial.blogspot.com) compaiono diverse biografie che puntano a confondere chi legge.Ora il libro. Il retro di copertina recita così: “ un romanzo postmoderno dal sapore tarantiniano”. Spesso l’etichetta pulp viene appiccicato un po’ dove si vuole, basta un assassino freddo e senza nome, alcune vittime sacrificali, una città violenta, buia, crocicchio di criminali, puttane e droga ed ecco il vostro romanzo pulp. Tutto falso.
Il romanzo di Belial ha qualche parte che ricorda il buon vecchio pulp di Tarantino ma in minima parte, e se qualcosa di pulp è presente in Saxophone c’è per essere portato all’estremo, fatto implodere come una supernova letteraria.
![]()
D’altra parte invece di postmoderno (credo) ci sia molto.S.S.B. è un romanzo finto noir che ne porta alle estreme conseguenze i dettami facendo esplodere un buco nero all’interno del quale l’interno romanzo viene risucchiato.C’è un sicario dal nome in codice, senza faccia, nessun dettaglio, una macchina per uccidere. Sei personaggi, caricature di personaggi noir, che vengono imbarcati sul maledetto autobus 6 dove vengono uccisi tutti. Un vecchio poliziotto nero che ne ha viste di tutti i colori, una ragazzina speciale travolta dalla violenza, un dj cieco, un mafioso uscito da un libro di Mario Puzo e un ragazzo imparanoiato dalle tecnologie informatiche.Nessuna spiegazione, nessun movente che spieghi questo omicidio di gruppo. Belial scardina qualsiasi convenzione romanzesca: dopo una decina di pagine l’autore ci dice già come andrà a finire questa storia, mentre dopo un centinaio scende direttamente in campo instaurando un dialogo-monologo fra se stesso e il lettore. Quindi dicevamo postmoderno. Struttura narrativa apparentemente lineare, una lingua che sembra troppo simile ad un poliziesco americano di serie B per essere autentica, un riflettere sul rapporto fra scrittore e scrittura e lettore che ne fa un romanzo forse posto moderno forse quello che si vuole ma ben costruito, che si legge d’un fiato, senza pause, con un linguaggio e frasi secche, tronche, quasi soffocate. Non manca per rimanere nelle regole d’oro del postmoderno un citazionismo ricorrente: si è detto Tarantino, ma anche Donnie Darko, Thomas Pynchon of course, e il dialogo-confronto fra lo sbirro nero Samuel Brown e il mafioso Ajello mi ha ricordato quello fra De Niro e Al Pacino di Heat- la sfida, grande film di Michael Mann di qualche anno fa.Belial ci ha fatto capire di avere ottimi mezzi e qualità, , lame da sfregare, da affilare per migliorarne il taglio e quindi non occorrerà far altro che attenderlo per il prossimo romanzo.