Amaranta o della negazione

ManuS

Sorella, l’ultimo libro di Marco Lodoli, tocca alcuni nervi scoperti e lo fa impeccabilmente, senza ipocrisia. E questo perché non dà risposte ma semina domande.

Una suora e la sua crisi esistenziale. Una donna e la sua fuga dal mondo. Amaranta è una ragazzina quando decide di diventare suora. Non per vocazione ma, potremmo dire, per disillusione. Nell’età in cui si sogna, si spera, ci si illude sulle proprie possibilità e sugli esiti della propria vita, lei decide di non credere alle chimere, decide di rinchiudersi in una chiesa per sfuggire al mondo. Dopo qualche tempo però, anche l’abito monacale inizia a diventare stretto. È a questo punto che l’incontro con Luca, un bambino che in tutto il libro pronuncerà tre parole, le permette un cambio di prospettiva.

Suor Amaranta diventa specchio di una parte dell’umanità, una parte piccola ma che esiste, quella di coloro che si muovono in un limbo esistenziale. Niente certezze, niente obiettivi, distacco lucido dalle cose del mondo, voglia di capire perché, cosa, dove. Davvero Lodoli alla fine vuol dire che la vita è nelle piccole cose? Io non credo. Credo piuttosto che Amaranta compia un percorso verso la consapevolezza. In fondo all’esterno la sua vita mica cambia. Ma dentro. Dentro lei ora appare più lucida, più consapevole, appunto. La consapevolezza (dei nostri mali, dei nostri limiti, dei nostri desideri, delle nostre fratture, della nostra parte oscura) è ciò che ci può salvare. È ciò che ci può far vivere degnamente la nostra vita. Ma la società in cui viviamo è l’opposto della consapevolezza. Così, questa strada, passa necessariamente attraverso la rottura. Amaranta ne compie due: la prima quando decide di farsi suora non per vocazione ma per tagliare i rapporti col mondo e con ciò che da lei ci si aspetta. La seconda quando, seguendo le parole di Luca, decide di tornare in mezzo al mondo e infrangere le regole che quell’abito nero racchiude. Perché non può esistere una condizione giusta se questa è abitudine, rispetto di convenzioni, scalata di aspettative. Perché non c’è una strada segnata da seguire passivamente ma un percorso da costruire faticosamente mattone dopo mattone.

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L’errore che non si deve commettere è credere che tutta la storia e le vicissitudini di Amaranta dipendano dal suo essere suora. Credere che tutto derivi da semplice noia e insoddisfazione per quell’abito scuro. No, tutto deriva dal suo sentirsi estranea, dal suo vivere senza essere stata ammaliata dalle sirene (clericali e secolari) che ci si piazzano davanti.

Grazie alla sua distanza Amaranta riesce a recuperare quello che c’è di degno nel mondo, riesce a vivere dei momenti di verità. E non è un caso che questi momenti di verità non siano idilliaci, non siano perfetti, non siano buonisti, anzi. Amaranta arriva al nucleo di se stessa e per farlo non può evitare la sua zona d’ombra. Infatti le tre parole pronunciate da Luca hanno tutte e tre a che fare con delle trasgressioni, sempre più grandi. La storia la fanno i no, diceva Bachelard. E questo è vero un po’ per tutto, per la letteratura, ad esempio, ma anche per la personalità, per l’esistenza del singolo. Così Lodoli ci ricorda l’importanza della rottura, del coraggio, della capacità di tirarsi fuori dalla fiumana e ritrovare noi stessi in quell’atto di negazione. E alla fine quindi, senza sciogliere il nodo della sua (di Amaranta) fede religiosa, Lodoli comunque ci mostra una nuova, ritrovata e più forte fede: verso se stessi.


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