Coaguli
Sono tre i testi che vogliamo presentarvi di questo nuovo poeta: Alessandro Bellasio.
Tre testi tratti dalla stessa raccolta, Coaguli, diversi tra loro, ma uniti da un filo rosso (lo stesso, probabilmente, che domina l’intero fare poetico di Bellasio): l’istanza sociale ed ambientale, l’esigenza di fare il punto della situazione e costringere la società a guardare i suoi lati più oscuri.
Il primo testo, Biocyttà, apre lo sguardo su un paesaggio dal sapore apocalittico (biocyttà intreccia le interiora/ne affiora […]/del suo Corpo gigantesco/ in espansione solare), quello della moderna città dove domina il meccanicismo e l’artificialità. È una presa di coscienza della contraddizioni del nostro vivere, che si allontana sempre più dal nucleo pulsante e primigenio della natura (l’impurità è la nostra purezza). Il discorso è trascinato da una sintassi frantumata, al limite dell’automatismo.
L’autore a questo proposito: «L’artificialità è solo all’apparenza qualcosa di alienante, e lo è solo in rapporto alla natura: rispetto a questi due termini l’uomo si situa nel mezzo, come forma di vita (dunque naturalità) da sempre inevitabilmente artificiale (dunque artificialità). L’uomo è completamente e perfettamente trasfuso alla propria “naturalità artificiale”: la nostra stessa presunta “naturalità pura” è qui in questione. Di qui la scelta del titolo: Bio - cyttà, natura e artificio perfettamente sovrapposti fino a confondersi (dove la “y” è importante proprio come segno straniante in se’, indicativa del fatto che la città con la “i” è un riferimento inadeguato per l’era cibernetica - cybernetic, appunto, cui allude la ipsilon)».
Vegetazione è una sorta di ideale controcanto a Byocittà: in questo testo andiamo alle radici della naturalità dell’uomo, del suo essere più profondo, fatto della stessa sostanza della Terra. Una naturalità che però, ci dice l’autore, è «in realtà una naturalità da sempre contaminata. Non nego la naturalità dell’uomo, ma contesto fermamente che questa sia da ritenersi pura (come quella di un lupo). Una naturalità del genere possiamo solo sognarla e io ho provato a farlo nella prima parte di Vegetazione». Una sorta di fusione panica con la natura non esente, soprattutto nelle strofe finali, da una vena ambientalista ([…] il sogno inutile del verde/[…]/si nota la lontananza vegetale) e che sfocia in una rivincita della Natura capace, con la sua forza, di riprendersi gli spazi che l’uomo le ruba, di «ricoprire umani sfaceli e conquiste». Bellasio: «La fusione panica di Vegetazione è solo un sogno, una visione, un irraggiungibile».
L’ultimo testo presentato, Il raduno dei burloni, si muove su registri stilistici molto diversi tra di loro: un dialogo teatrale, il ritmo facile di una filastrocca, una parte più prosastica. Anche qui non manca l’urgenza ambientale («bisogna affrettare la distruzione della natura, o qualcuno finirà per ricascarci») ma il vero centro del componimento è l’umanità e la sua pazzia latente, scambiata quotidianamente per normalità. Domina qui, la critica sociale. Non a caso la chiusa del testo fa: «indovino-indovinello, ?dov’è rimasto il tuo cervello». Dietro l’apparente facilità della filastrocca o l’andamento più prosastico della parte centrale, possiamo leggere il pensiero dell’autore sull’umanità: (finti) pazzi (o meglio ancora, pazzi per comodità) che si credono impegnati in una ricerca del vero e che invece hanno delegato ad altri la propria facoltà di pensare. L’immagine dei burloni (mezzi matti, mezzi clown) calza a pennello ad un mondo che gira sempre più rapido e sempre più a vuoto, che ha fatto della propria immagine il centro di tutto. In questo ribaltamento di prospettive e di valori, anche chi sbaglia, chi è colpevole, non lo è davvero. È, più che altro, “incapace di intendere e volere”: se anche fossimo criminali, siamo senz’altro non colpevoli, schiavi come siamo… siamo in una situazione un po’ così, vero, verissimo, !ma cavoli… siamo esseri umani… !?
Biocyttà
amiamo questa impurità, innesto di ricchezze.
riflessi, pozzanghere,
emergere di livide purezze. biocyttà intreccia le interiora
ne affiora…
umanità:
bioarto mobile, authomatico,
del suo Corpo gigantesco
in espansione solare.
anfratti magnetici di sesso orale,
circuiti muscolari che al volto diramano, acquedotti ipotalamici distesi
che neoasfalto alla faringe irradiano;
articolazioni bioelettriche suturano
le cicatrici azotate,
e vene di rame in cui trascorrere una vita.
crescere sottocutaneo
e fognature nelle ossa delle dita.
l’impurità è la nostra purezza.
dall’ombelico gremito prende vita il suo involucro:
esiste un accadere altro
?oltre a questo luogo
Vegetazione
«ricordati di abbracciare gli alberi…»: così una volta mi disse un caro amico.
ricordo di aver sorriso ambiguamente.
avevamo non più di quindici anni
…
ma un’estate, in un bosco di campagna,
mi abbandonai alle mie mani
strisciai nelle mie vene
e dalle mani nelle vene esplose la corteccia
e nella corteccia squarciante le narici
sentii la clorofilla
vibrare il battito del sangue, fummo altro nell’attimo
nei millesimi intrecciati
si schiuse tra i livelli divenienti
il circolo dei viventi, e fu il pulsare immenso del verde
il pulsare informe dell’informe
d’immenso disperso nelle ere…
…
ma forse – forse
fu solo un sogno…
il sogno inutile del verde…
vagando dentro i parchi di cyttà
si nota la lontananza vegetale,
nostra sconosciuta eredità…
quando il Sole avrà compiuto il suo percorso
diverrà ansimante Gigante Rossa
e
ma sarà senz’altro ancora tripudio del verde
a ricoprire umani sfaceli e conquiste,
a ubriacare giorni scarlatti dal cielo incendiato,
vegetali sulla Terra le ultime pretese,
le dimore vive
di segrete attese
Raduno dei burloni
B #1: «…perché il terrore, quando è così terso, cresce spontaneamente nel tessuto assuefatto, traendo linfa dalla radice dei denti…»
B #2: «mmm… quindi si parla di una vera assuefazione vita natural durante… è una situazione interessante, davvero interessante»
B #1: «?ma cosa»
B #2: (guardandosi attorno) «?dici a me»
B #1: «pensavo…»
B #2: «?cosa»
(silenzio)
B #1: «?hai parlato»
B #2: «?ma dove siamo»
B #1: (guardandosi attorno) «?ce l’hai con me»
B #2: (sobbalzando) «!? e tu da dove sbuchi»
…
questo è il limbo semi-vivo
questo è il limbo in cui si vaga
questo è il limbo in cui si draga
questo è il limbo in cui si annega;
qui si vede o si respinge
ciò che ascolti dalla Sfinge
qui si ascolta o s’indovina
la parola che Avvicina:
«indovino-indovinello, ?chi aleggia nel castello…
costruito ovunque così bello, e fuoriuscito dal suo gran cervello, grazie al tempo suo crivello setacciò questo e pure quello, ma non s’avvide, misero fratello, che gli uomini preferiscono il vinello.
indovino-indovinello, ?indovini chi è lo spettro del castello…»
…
«eh… abbiamo camminato molto, e più ancora ci siamo riposati…
siamo sempre così stanchi… ci domandiamo molto spesso… ?cosa ci domandiamo… diamine, eppure – eppure…
eravamo proprio convinti che…
bah, al diavolo; non doveva essere poi così importante, altrimenti, conoscendoci, avremmo messo un promemoria…
?da quanto tempo siamo qui…
mai troppo poco…
bisogna affrettare la distruzione della natura, o qualcuno finirà per ricascarci… sarebbe davvero buffo, però… quanto ridere, che voglia di ridere: magari più tardi ci faremo il solletico…
vorremmo solo qualcosa che ci intrattenesse… l’amore sarebbe perfetto…
per pietà, dicci qualcosa, una cosa qualsiasi… ?ci senti…»
(silenzio)
«ma certo, fai bene a tacere… d’altronde, non abbiamo più niente da dirci…
però potresti farlo uno sforzo…
beh, dai, se la cosa ti consola, anche tra di noi il discorso è al tramonto… non facciamo altro che ronzare, piccoli insetti diligenti…»
(silenzio)
«!maledizione parla…»
«un tempo vi vidi…»
…
(in questura)
«ragazzi, avanti da bravi, è ora di assumersi le proprie responsabilità… siamo tutti grandi e vaccinati, il tempo delle risate è andato da un pezzo… è il momento di confessare.
(silenzio)
facciamo così: io mi giro dall’altra parte, così non vi vedo ma vi ascolto… per non mettervi pressione, ?ok… insomma, fate come fossi suor Maria della pietà – aprite i vostri cuori…»
lo psico-criminologo posa la sigaretta, si alza e si avvicina lentamente alla finestra.
la sua attenzione si rivolge ora verso il panorama esterno; assume un’aria disgustata, ma i burloni non possono vederla, impegnati come sono a scambiarsi occhiate nervose e risatine convulse.
dopo qualche minuto di mormorio, finalmente, con sguardo ebete, si pronunciano così: «signore, noi… noi ci dichiariamo innocenti, insomma – non colpevoli come minimo…
signore, è evidente la nostra schiavitù… noi… ?noi che colpa possiamo avere, in fin dei conti… noi non vogliamo quello che vogliamo, cioè non lo vogliamo veramente, o meglio vogliamo ciò che non vorremmo e… e – anzi no, perdono, perdono immenso perdono – il fatto… il fatto è che noi… noi vorremmo ciò che non vogliamo, e sappiamo di non volere ciò che vogliamo… oh insomma, !?come potremmo volere qualcosa…»
(silenzio)
«eh eh… beh, siamo un po’ confusi, è vero, d’altronde con la serata che abbiamo avuto… !e poi al giorno d’oggi chi non lo è, ?non è vero signore… tutto questo trambusto, i giornali, le tv…
signore, noi non siamo criminali – o per lo meno non abbiamo mai voluto esserlo, né lo vogliamo, e né lo vorremo: su questo può esserne certo, eh eh…»
(silenzio)
«e – e poi, poi insomma, in tutta sincerità signore
se anche fossimo criminali, siamo senz’altro non colpevoli, schiavi come siamo… siamo in una situazione un po’ così, vero, verissimo, !ma cavoli… siamo esseri umani… !?vorreste forse incolparci di essere vivi…»
…
questo è il limbo semi-vivo
questo è il limbo in cui si voga
questo è il limbo in cui si affoga;
coi burloni non si scherza
se ci provi non ti resta
che gettare via la testa;
questo è il limbo semi-vivo
questo è il limbo in cui si tace
questo è il limbo della pace:
indovino-indovinello, ?dov’è rimasto il tuo cervello
Spero che l’autore segua il dibattito e si presti a qualche domanda. Nello spirito che accompagna questi testi, in che rapporto sta il linguaggio? Cioè dove si situa il suo soggetto o interlocutore lungo quella complessa linea che va dai giochi più o meno autoreferenziali della neoavaguardia ed un uso delle rime, presente anche in questo testo, che ritorna al ritornello? Mi pare che sarebbe interessante discuterne, proprio perché nella CRISI ORMAI FINALE dei blog letterari, cioè di una letteratura della chat, un’internettura, l’impianto tradizionale di questa rivista, che pure ipocretamente sta nel virtuale, si salva dando al commento un qualche tono scientifico.
Cioè sulla motivazione del suo discorso: altrimenti non avrebbe nessun senso la presentazione critica e la critica militante (il cui senso è semmai preparatorio e la cui opera è quella difficile del votato fallimento momentaneo) che qui si fa.
La “nova” generazione del commento spero farà questo e che la tecnologia ne venga allora sfruttata come se, confondendo anche questa stessa critica con il suo discorso (come si faceva in anni non sospetti), ci sia del “razionale” dietro alla complessità vegetale delle emozioni e dei singhiozzi del testo…una provocazione questa, se anche la natura come un frattale si propaga nel terreno arido della rete…
Guido Mattia Gallerani
Scusa ma temo di non aver ben chiara la domanda; potresti riformularla?
A.B.
che rapporto con un certo sperimentalismo della lingua? Cioè un uso eccitato della parola poetica che però si accompagna talvolta ad una permanenza delle rime?
Mi intrometto per quel che riguarda i blog letterari. Non sarebbe più corretto parlare, invece che di crisi finale, di evoluzione? Dopo la prima “sbornia”, dopo, cioè, l’euforia per la novità di Internet e del commento, della partecipazione di massa, potrebbero essere subentrate nuove esigenze, tra cui quella di dare sostanza al discorso (quindi, volendo essere ottimisti, di parlare di meno dicendo di più)…
Per quel che riguarda la parola poetica di Alessandro invece (questa però è una mia opinione e l’autore mi potrà correggere) credo che il suo rapporto sia molto istintivo e per lo più influenzato dalle esigenze del dire (cioè dell’argomento che vuole presentare)…proprio per questo salta da un registro stilistico all’altro e non teme le contaminazioni con la prosa. La parola poetica come veicolo di un messaggio preciso che il poeta vuole lanciare (in alcuni punti pare quasi una sfida al lettore).
ManuS
Sono contento che la provocazione dei blog sia incominciata! Bè, la loro funziona è prettamente quella di permettere un commento il più libero possibile. Gli utenti si sono in generale stancati di questo liberismo più o meno consapevole, e quindi almeno a me sembra il momento giusto per ricominciare a ragionare nei termini di rivista, contaminando le caratteristiche fluide del blog con quelle solide della rivista, puntando ad avere pochi commenti con un forte grado di consapevolezza piuttosto che molti dispersivi. Il commento, che fa la natura del blog, allora diventerebbe come un aggiunta alla rivista cartacea, che sfrutterà un altro spazio e non il suo sicario. Rimane sempre il fatto poi che le riviste cartacee avranno sempre un prestigio ed una autorevolezza da cui difficilmente si potrà smuoverle, però come percorso in itinere una qualche costruzione in internet credo sia ancora possibile. Ma resta il fatto che il punto di arrivo resta il tradizionale. Come dire, l’avanguardia come insegna la storia è spesso il tradizionale piuttosto che il moderno!
Per le poesie invece credo anch’io che ci sia uno sforzo enunciativo, appunto d’istinto, ma mi paiono troppo ancorate ad un tipo di poesia che è restata negli anni ‘70 e che almeno ad allora ha fatto molti danni (ma non per motivi poetici, quanto piuttosto per quelli politici…) e per questo mi hanno colpito piuttosto alcune riprese più coscienti dell’autore ed una certa ironia che sottende il discorso. Così m’ero incuriosito, al di là dei risultati verificabili, di quello che pensa l’autore della sua poesia!
Quanto scrivo e scrivendo sperimento (in termini di linguaggio) è completamente dettato e subordinato dal messaggio che vorrei veicolare. La contaminazione tra generi diversi si accompagna (ed è simmetrica credo) a quell’ironia un po’ caustica un po’ amara che, per quanto mi riguarda, sola consente di non cedere alla disperazione più assoluta.
Quindi sì, vi è una certa istintualità nel mio gestire la composizione - istintualità dettata appunto dal linguaggio stesso che tento sempre, non sempre certo riuscendo, diciamo di “lasciare che si faccia”: provare a fare in modo che l’autonomia del messaggio trovi quasi da sè la via per esprimersi.
Se sono istintuale senz’altro non sono istintivo, e credo d’altronde che lo stereotipo del poeta che ispirato scrive di getto l’istantanea che affiora ai suoi occhi sia una leggenda; quello è solo l’inizio, ma comporre versi è un lavoro, funambolico certo, ma un lavoro pur sempre, che richiede tempo e riflessione (ma non troppa riflessività direi).
E veniamo alla rima. La rima penso abbia in sè un potenziale sconfinato e forse inesplorato di carica eversiva pura, soprattutto se si tenta un approccio “stralunato” ad essa. Amo il verso libero, ma mi sono reso conto che il ritorno a schemi più tradizionali può risultare ben più innovativo e interessante, dal puno di vista creativo, se tali schemi vengono per così dire corrosi, minati dall’interno. Un po’ stravolti e de-contestualizzati, come ad esempio il porli tra parti in prosa e parti dialogiche.
La poesia italiana cosiddetta d’avanguardia degli anni settanta mi fa schifo (come esiti, non come approccio) esattamente nella misura in cui diviene macchinosa, sterile e un po’ da onanisti della parola. Ne apprezzo però il tentativo di contaminazione tra stili, e molto.
Infine, per quanto concerne il discorso sui blog e quella definita “internettura”, è la prima volta che espongo miei lavori in rete e se l’ho fatto è stato proprio perchè il vostro sito m’è parso una nicchia di notevole interesse soprattutto perchè è quanto di più vicino a una vera rivista letteraria abbia visto sul web.
Il cartaceo difficilmente verrà soppiantato, almeno per molto tempo ancora, e dunque sono perfettamente concorde che l’impianto di rivista debba essere mantenuto in modo da dare più compattezza e credibilità a quelli che ambiscono ad essere vuoi articoli, vuoi commenti, vuoi presentazioni critiche e interventi.
Come dice Manuela, non crisi finale ma piuttosto evoluzione.
Alessandro Bellasio
Grazie per le belle parole alla rivista e per aver insistito sull’artigianato della poesia, sempre un bel messaggio da ribadire più volte. Mi trovo perfettamente d’accordo su tutta la linea teorica e per il discorso sulle riviste, e per la differenza in seno alla neoavanguardia: contaminazione sicuramente da apprezzare - esiti troppo sbandierati da chi voleva farne una nicchia di potere.
Grazie anche per aver risposto da un punto di vista teorico su qualcosa che non sempre può essere diviso ed analizzato, ma ahime…anche questa è la funzione di una rivista che permette ed incoraggia il commento teorico.
Guido Mattia Gallerani