Emilia-Romagna

                                                                                                              di Ivano Bariani 

 

In Italia, la mia è la regione del fiume. Il fiume della mia regione è il più grande fiume del mio Paese. In un paese stretto e lungo come il mio significa trovarsi fra i piedi una specie di prodigio della natura. Uno deve immaginarsi un fiume come una lunga vena, dal cervello al cuore del mio paese. Dentro questa enorme aorta scorrono tutte le sostanze che nutrono, crescono oppure intossicano il corpo del mio paese. L’anno scorso gli scienziati hanno fatto le analisi all’acqua del fiume, e ci hanno trovato dentro la cocaina. Il concetto sarebbe che se centinaia di migliaia di persone tirano di coca e poi vanno a fare pipì, quando tirano l’acqua scaricano il tutto nel fiume. Così succede che alla lunga il fiume Po non passa più i test antidoping. Sulla mia regione c’è poco da dire. È una regione del centro-nord – ma non è chiaro se significa “al centro del nord” oppure “a nord del centro”. È una delle due regioni italiane con un nome di donna. E poi c’è un’analogia così banale che puoi giocarci: anagrammi “il maiale”, esce il nome di una regione italiana con tanto di articolo. È un nome di donna. Un piccolo indizio: è l’Emilia.L’Emilia-Romagna è una regione sola, che alcuni scrivono con il trattino, altri senza. Quelli che ne capiscono di queste cose dicono che è una questione dibattuta. Io a livello personale ho capito che c’è sempre da dibattere quando c’è da mettere insieme l’Emilia e la Romagna. In Romagna per esempio c’è Mirabilandia, Fiabilandia, l’Aquafan e l’Italia in miniatura. L’Italia in miniatura è una di quelle cose messe lì per ricordarti che una volta l’Italia era il villaggio-vacanze del mondo. A tutte le latitudini si chiedevano “Dove andiamo quest’anno amore? Mare o montagna? Arte o discoteche?” La risposta, democraticamente totalitaria, era sempre la stessa: “Let’s go to Italy, darling!” Al punto che chi viveva in Italia si chiedeva: “E noi? Dove andiamo noi che in Italia ci stiamo tutto l’anno?” Allora in Romagna, gente pragmatica, han fatto due conti, e si sono fatti un’Italia per gli italiani. Un’Italia in miniatura.Con questo non voglio dire che i romagnoli sono personaggi laidi e senza scrupoli. Forse è ora di finirla con questa rivalità tra emiliani e romagnoli.In fondo abbiamo un sacco di cose in comune. Nel senso che le automobili fatte in Emilia servono a farsi belli in Romagna. Quindi siamo due parti complementari dello stesso patrimonio industrial-culturale. Noi emiliani facciamo le Ferrari, loro gli autodromi. In Emilia costruiscono le Maserati e le Lamborghini, poi i fighetti si danno appuntamento in Riviera per sfoggiarle. (Ora che ci penso, c’è una forma divina di intelligenza operaia nel costruire una macchina che non ti potrai permettere.)Diciamo che comunque la differenza più grossa è che la Romagna prende il nome da una città, mentre Emilia è il nome di una strada. In realtà poi della via Emilia non è rimasto niente. Per avere una qualche idea di cos’era il panorama dell’antica via Emilia uno deve spostarsi 10 km più nord, sull’autostrada. Lì sì che percepisci l’artificialità del luogo, il titanico costrutto umano concepito al solo scopo di portare gente da un posto all’altro, la spaccatura in un paesaggio completamente vuoto – cioè fatto di solo orizzonte, là dove le città ancora non arrivano e in pratica il 90% di quello che vedi è cielo – in estate è ancora più inquietante. Come un coperchio visto con gli occhi del bollito. Immaginate l’Emilia come un lungo rettilineo asfaltato per andare senza curve dai centri commerciali di Piacenza fino ai centri commerciali di Rimini. Lungo il percorso si passa accanto a case cantoniere in rovina e case cantoniere ristrutturate, benzinai chiusi, benzinai con l’autolavaggio self-service, cimiteri, sfasciacarrozze, coltivazioni, tralicci della luce e del telefono, viti e alberi da frutta, stabilimenti industriali che sembrano usciti dalla Zona negativa dei fumetti Marvel, centri direzionali di acciaio e vetro tirati su da un giorno all’altro come avamposti di un’imminente invasione aliena e piste ciclabili di larghezze francamente imbarazzanti. Ma non pensate a un paesaggio suburbano statico. Negli ultimi 10 anni, sulla via Emilia a occhio e croce è decuplicato il numero dei McDonald’s. Questo è uno di quei posti dove alla lunga puoi vedere i cambiamenti che travolgono il Paese mentre quello sonnecchia. Se prendi l’Italia, la testa che sarebbe il Nord dell’Italia, e ci immagini dentro un cervello grande quanto la pianura padana, ecco: la via Emilia è la linea dei suoi pensieri. L’elettroencefalogramma piatto di una nazione. In fila uno dietro l’altro ci sono piccoli centri abitati come perline in una collana di bigiotteria, ma di quel tipo di bigiotteria ragionevolmente cara. Non sono mica brutte città: soffrono solo di complessi di inferiorità, quindi alzano il prezzo di vendita senza che nessuno ne senta il bisogno.A Cesena ti dicono: “ti sembra brutta Cesena? dovresti vedere Forlì”.A Forlì dicono “Non ti piace Forlì? Ma sei mai stato a Imola?” E così via, risalendo i cartelli stradali fino a Piacenza.A Piacenza, chi soffre perché a Piacenza non c’è niente da fare si trasferisce a Milano. Quelli che vivono a Milano ti dicono che la città è un casino, sì, ma sei mai stato a Bologna?  Quando scrivo Bologna, il correttore automatico mi corregge automaticamente in “Olona”. Ho controllato: l’Olona è uno dei fiumi che attraversano Milano. Il fatto è che non sono pronto ad ammettere come mai ho dovuto controllare questa informazione; non ammetterò mai che ho vissuto vicino a quel fiume senza sapere che esisteva fino a quando non ho cominciato a usare il computer, e il correttore automatico di Word mi correggeva sempre Bologna con Olona.Allora mi immagino questo programmatore Microsoft che ha la finestra della cucina che si affaccia sull’Olona, oppure vive a Santa Monica ma ripensa tutti i giorni al corso del fresco Olona in cui faceva il bagno da bambino in Italia, e insomma questo compilatore di programmi decide che nella vita il suo gesto, la sua espressione di sé più alta e – mio dio – artistica, sarà rendere omaggio a Olona. Alla parola, al posto, Olona. Più di Bologna. Anzi, Bologna non ce lo mette proprio, Bologna non è che un refuso orrendo per Olona. Magari quel tizio nostalgico ha inserito nel programma altre trovate. Tipo, una parola che manda in tilt il computer quando la scrivi. Ma nemmeno una parola, per evitare il blocco accidentale, una sequenza di caratteri improbabile.LLLPSOASAFJAOJ£$=%(£JFDJFJASD.Ecco. Se per caso scrivi LLLPSOASAFJAOJ£$=%(£JFDJFJASD, Word emette un fischio e il computer si blocca. Colpa di quel tecnico di Olona, LLLPSOASAFJAOJ£$=%(£JFDJFJASD è la sua firma incomprensibile. Prendetelo come un gesto artistico. Che come ogni gesto artistico cerca di sollevare l’uomo, l’artefice, un dito in alto verso il dio.Forse i primi abitanti del Galles del Nord, quando hanno battezzato il loro villaggio Llanfairpwllgwyngyllgogerychwyrndrobwllllantysiliogogogoch avevano in mente una cosa del genere. Erano invidiosi di dio, del programmatore di Olona. E adesso come adesso penso che forse questo sarebbe un aneddoto buono per le conversazioni, per quelle conversazioni che ti richiedono la conoscenza di un pacchetto standard di aneddoti assortiti, più una qualche rarità da collezionista. Forse questo del compilatore di Olona farebbe anche la sua porca figura nella mia collezione di storielle interessanti. Non saprei.In genere gli aneddoti più interessanti sono quelli su “gli scienziati”Esempio.Ho letto che secondo gli scienziati, a guardarla dal satellite sulla valle del Po c’è una nuvola scura di inquinamento che ce l’hanno così soltanto in Cina. Eppure secondo gli scienziati non c’è più la nebbia di una volta.Una volta in Emilia eravamo famosi per il maiale e la nebbia. Detta così sembra una cosa schifosa. Maiali nella nebbia, una specie di film horror, suini che spuntano fuori davanti ai fanali quando meno te l’aspetti, un’ecatombe di automobilisti e porcelli, riuscite a immaginare niente di più terrificante? Invece adesso sappiamo che è la Danimarca il paese con il più alto tasso di maiali procapite (ha più maiali che abitanti, la Danimarca); e anche la nebbia non è più quella di una volta. Come tutte queste cose, è colpa dell’effetto-serra, dicono gli scienziati.Quando penso che San Prospero, il patrono di Reggio, s’è guadagnato la santità per aver fatto scendere la nebbia e aver nascosto la città ad Attila e ai suoi. A Modena invece dicono che fu San Geminiano a far scendere la nebbia, per salvare Modena e lasciare che Attila e i suoi passassero oltre.Che poi, a essere pignoli, Attila si fermò al Ticino. Non arrivarono nemmeno al Po, Attila e i suoi, prima di accettare la pace proposta dal Papa e lasciar perdere la spedizione verso Roma. Vai a sapere quindi dove finisce la leggenda e comincia la Storia. La sostanza è che scese una nebbia pazzesca. E a Reggio e Modena pensarono “Che fortuna, i barbari non possono vederci siamo salvi grazie Vescovo Prospero (a Reggio), grazie Vescovo Geminiano (a Modena), grazie Dio (più in generale)”. Anche Attila e i suoi ringraziarono il Papa, per il degno compromesso. Un altro aneddoto interessante legato al posto in cui vivo riguarda Gigi Sabani e Pippo Baudo. Perché i reggiani sono così: sono i primi a pensare di vivere in un posto dimenticato dal resto del mondo. Poi sentono in TV che Gigi Sabani ha conosciuto Pippo Baudo in un locale di Reggio, e subito pensano “Ah, maddai”, come se fosse qualcosa che vale la pena notare – come se a Reggio fosse strana anche una cosa del genere.  Io non lo so se adesso vi sto dando un’idea abbastanza completa di cos’è Reggio Emilia. Vi ripeto i punti fermi del discorso, prima di andare a parare dove voglio andare a parare. I punti fin qui sono:- la cocaina- l’autostrada- gli aneddoti che si raccontano- Gigi Sabani I prossimi punti saranno:- “andare a Canossa”- le vele- il vulcano di fango- gli stranieri “Andare a Canossa” è una bella frase che ci ricorda che ci sono alcuni posti al mondo che hanno creato locuzioni, oppure vere e proprie parole. Baionetta e dollaro, tipo. O hamburger. Noi abbiamo “andare a Canossa”. È una storia vecchia: nei primi anni dell’anno mille, c’era questa Papa che scomunicò l’imperatore. E l’imperatore germanico, Enrico IV, per farsi perdonare andò fino a Reggio Emilia, nel castello di Canossa, dove Papa Gregorio VII era ospite, per farsi perdonare. Il papa lo fece aspettare 3 giorni, c’era la neve. Poi lo perdonò. Da allora “andare a Canossa” vuol dire “umiliarsi”, “riconoscere il proprio sbaglio”.Quello che si dimenticano sempre di dire, nelle definizioni di “andare a Canossa”, è che fu una bella fregatura: il papa non poté negargli l’assoluzione, e l’imperatore poco dopo era di nuovo lì a insidiare il suo potere. Così il papa lo scomunica una seconda volta, l’imperatore dice che non si può e nomina un Antipapa e insomma praticamente gira e rigira l’imperatore riuscì a fregare il papa. Dopo essere “andato a Canossa”. Non so se mi spiego. Mi sembra questo un momento perfetto per farvi notare che Reggio Emilia è una delle poche città con un nome e un cognome.Ma è un piccolo mondo in provincia. Questo è un mondo, per esempio, in cui ci sono dei giorni che passi davanti alle edicole e la notizia strillata su tutti i pannelli è:

MUORE UNA DONNA

 Aveva 90 anni.

Si pensa a un malore

alcuni di questi brani sono tratti da un romanzo che potrebbe
 intitolarsi “Gelataio vs Libraio”

1 Commento

  1. ottimo racconto, preambolo ad un possibile romanzo, chi più ne ha più ne metta..comunque ben scritto.un applauso a ivano bariani!!


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