Ho freddo

Massimiliano Ferrari

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Se prendiamo in mano Ho freddo di Gianfranco Manfredi e dovessimo limitarci al solo dato biografico capiterà di ricontrollare il nome dell’autore. Questo perché è difficile trovare un autore italiano che abbia alle spalle un immaginario come quello di Manfredi, in grado di creare un romanzo come Ho freddo.

Gianfranco Manfredi è un artista multiforme e poliedrico che ha attraversato 30 anni di storia culturale italiana. Cantautore, sceneggiatore del cinema, ideatore di fumetti, romanziere, paroliere, saggista… “un pezzo d’immaginario della nostra cultura” come ha giustamente fatto notare Danilo Arona su Carmilla. Una figura di intellettuale che ha trasversalmente percorso diversi forme artistiche, mantenendo originalità e iniziativa.

 

È un horror, è un gotico, è un romanzo sui vampiri?

 

il romanzo di Manfredi è sicuramente un oggetto narrativo non identificato (unidentified narrative object), cioè UNO, se accettiamo la definizione che Wu Ming 1 fornisce nel memorandum sul New Italian Epic. È un romanzo, con la storia dei gemelli Aline e Valcour de Valmont, francesi di ottima famiglia scampati dalla Francia rivoluzionaria di fine ‘700, delle loro avventure e vicissitudini nel Nuovo Mondo. Discendenti di medici, medici loro stessi, si troveranno alle prese con una strana epidemia che sembra colpire solo giovani donne, lasciandole prostrate, in un stato quasi psicotico e stranamente aggressive e avide di contatto umano, prima di portarle ad una morte sofferta. Ma Ho freddo non è solo questo, ma tanto altro.

 

 

Ho freddo

 

È un romanzo che taglia le gambe a chi intende avvicinarsi con la speranza o la credulità di leggere un’altro romanzo di vampiri, infatti non si tratta dell’ennesima variazione sul tema, ormai planetario, del “caninifero” e delle sue dolci e innocenti vittime. Quindi niente cacciatori di non-morti, niente canini splendenti, nessun collo violato.

Se vogliamo pensare a creature vampiriche, pensiamo piuttosto a malati degeneri, a strane e inspiegabili epidemie mortali che falcidiano alcune famiglie del New England.

Dicevamo oggetto narrativo non – identificato. Questo romanzo che abbandona i generi, non per approdare ad una sterile irrisione degli stessi, ma perché cambia pelle, come un rettile si disfa della vecchia per indossarne una nuova. Così da romanzo diventa una sintesi saggistica delle conoscenze epidemiologiche di fine Settecento, forma di memoriale quando entra in gioco il diario del padre dei due gemelli (non svelo altro…), conte philophique contro gli abusi della religione degenerata in fanatismo.

Gianfranco Manfredi è uno scrittore di razza. Non dirò di genere, perché come lui stesso dice l’horror è un non-genere, o almeno è il genere che dovrebbe risvegliare le coscienze.

Una razza di narratori che macinano la mente intorno all’oggetto della loro narrazione, che riscrivono capitoli infinite volte, che si recano nei luoghi dei loro romanzi, come lui stesso ha fatto, trascorrendo un periodo in New England per documentarsi e visitare gli ambienti raccontati.

Manfredi non sceglie a caso nemmeno l’ambientazione per la vicenda che narra. Se il romanzo gotico dicevamo è una sorta di ideale punto di partenza per Ho freddo, quale migliore ambientazione storica se non il Settecento, secolo che vedrà nascere appunto il gotico letterario? Questa potrebbe essere una coincidenza, però “Ho freddo” in molti punti tende al gotico alla Walpole o Maturin, in altri assume le sembianze di un conte philosophique settecentesco. Luci e tenebre che si intrecciano in un meccanismo narrativo sapiente e strutturato, con storie in primo piano che lentamente si nascondono lasciando il centro a fili narrativi esili ma che acquistano procedendo nella lettura, consistenza e interesse, personaggi complessi, con dinamiche psicologiche approfondite.

Proprio i personaggi principali del romanzo, i gemelli Valcour e il pastore Vos, sono tra le figure narrative più interessanti e coinvolgenti che mi siano capitate di incontrare ultimamente nella narrativa italiana.

Quello che colpisce di Ho freddo è la cura maniacale che si cela dietro ogni pagina. Nel senso che si percepisce l’estrema ricerca storica compiuta da Manfredi, l’armonia fra personaggi storici e di finzione, attenzione quasi puntigliosa per ricerche mediche dell’epoca, la cura nella descrizione delle abitudini settecentesche.

Lasciamo quindi in sospeso etichette o categorie per il momento, l’unica cosa da fare è tuffarsi nelle oltre 500 pagine di questo interessante romanzo.


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