LETTERATURA CRITICA - Note sulla poesia di Ariano, Bini, Fantuzzi, Ronchi, Petrosino
Guido Mattia Gallerani
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La critica agisce più volte per l’affetto dei testi che amiamo, benché essa stessa, e il rapporto tra chi la rappresenta e lo scrittore, non sia uno scambio d’amore o un discorso che s’inter-comunica (s’entregloser direbbe Montaigne); è anzi a volte un colpo di fulmine, simile a un pregiudizio che dice di vederci chiaro fin da subito: pre-giudicare, giudicare prima. Non sempre ha la voglia del discorso che mette in comunicazione, “comunica”, autori e lettori. Non sempre ha la voglia del discorso che giudica.
La critica è anche fatta delle leggi del Potere. Con la sua forza normativa è dispotica perché frena il movimento dissoluto di un desiderio: il Desiderio di Scrivere. Sembra esser mossa dal desiderio di fermare il desiderio dello scrittore. Sembra che se ogni testo è in opposizione originaria alla sua dissezione prevedibile (perché non nasce pensando di essere “criticato”), può essere altrettanto vero che il gioco più istintuale del poeta-scrittore è di opporre la propria Volontà al potere stesso (la paura del “critico” da parte del poeta e la lotta che ne consegue, con gli opportuni esempi di nascondimento dell’autore al critico).
La critica nel suo potere giustifica inoltre una “storia” (una storia delle letterature), anche se chi non v’è ammesso continua ad esistere, continua a scrivere, continua ad opporsi a ciò che non lo include. Al di fuori di un puro immaginario siamo composti da un corpo che è prima di tutto storico, il cui corrispettivo negativo esiste solo come ipotesi di lavoro. Il nostro corpo vive ospitando memoria e contemporaneità, le quali sono date all’incontro con la volontà del poeta in modo puntuale, cosicché la Storia è un Potere da riscrivere e il desiderio di Libertà del poeta si manifesta, qui come altrove, immancabilmente nella sua lingua.
Questo cappelletto soltanto per giustificare il fatto di aver raccolto cinque poeti che affrontano non tanto un rapporto con la realtà o con
Dapprima Matteo Fantuzzi da Kobarid (Raffaeli, Rimini 2008):
Il lattaio di via degli Ori
chiuse nel ‘938
per scappare in Francia
dove aveva parenti.
Per anni sulla vetrata
rimase a vernice la scritta
latte ebreo
E io ero un bimbo,
senza un’idea precisa di quello
che stesse accadendo:
credevo si trattasse soltanto d’un gusto,
come la grattachecca all’arancia.
Un giorno ne domandai
al nonno per fare merenda.
Lui mi lasciò cinque dita sul volto.
Un testo come questo spiega senza troppe parole come si può lavorare con la storia senza perdere quello che in narratologia si chiamerebbe “la voce”: la posizione dell’istanza narrativa e il suo rapporto con la storia che racconta, nel nostro caso dell’enunciatore che si fa carico degli eventi. C’è appena il tempo per sottolineare il parallelismo della scritta e i segni dello schiaffo (da notare come il tutto è ridotto non al gesto, che non esiste in poesia, ma in lingua: non lo schiaffo, ma le cinque dita sul volto sono un significante), oppure la sineddoche temporale che dal generale – l’anno – scandisce il linguaggio del testo nel racconto che finisce in “giorno”. Dobbiamo invece dire altro, come il collettivo sia presente nell’individuale, e viceversa. La libertà di creare una storia, una cronaca quotidiana (o di recuperarla) vive certo dalla Storia (che ne delimita il campo da cui saccheggiare). Ma la Storia rinasce solo dalla libertà del poeta-personaggio (che ce ne ridà con un ristretto punto di vista la vibrazione più percettibile dall’esperienza). Anche quando è declinata nei modi più generali come qui sotto, c’è una voce che si muove sempre singolare, una coscienza e una lingua che come la nostra denuncia in forma di libertà, in “forma di parole”, una situazione storica portandola allo scoperto. L’interrogativo infantile (rappresentato nella poesia sopra e rappresentante della poesia per definizione) mette in vista appunto l’altra voce contro un evento storico in particolare, le leggi razziali.
Inoltre se linguaggio è dunque questa coscienza che parla (la poesia), è altrettanto linguaggio la codifica che n’è fatta (la comunicazione sociale), che nei versi sotto è presente come tema del testo, come cronaca del racconto nell’uso dei telegiornali. Potrebbero essere un po’ una metafora: funzionerebbero anche altrove come linguaggio sociale della Storia. Questa dinamica potrebbe rispettare per comodità quella della linguistica: la Storia a noi consegnata dalla comunicazione sarebbe come la langue, mentre la parole la libertà con cui il poeta può ridirne in modi personali l’interpretazione già data, o darne a sua volta un’altra.
Eppure non ne parla mai nessuno nei telegiornali,
e a me viene spontaneo sempre domandarmi
se in India o nel Centrafrica
si crepi poi realmente per gli stenti o solo per un raffreddore
e che non stiano quelli invece bene, come sulla costa romagnola
o nei locali sardi, come la bella gente
con i sandali graffiati o con gli yacht da ottanta metri,
perché altrimenti se qualcuno stesse male lo direbbero
senz’altro non parlerebbero del tempo o delle mode
dell’estate, cosa si beve o cosa fare verso sera.
Perché se no non lo farebbero:
e se un metalmeccanico italiano non arrivasse a fine mese,
fosse costretto a far la fila in Caritas per far mangiare
la famiglia tutti i giorni in tv ne parlerebbero,
perché anche questi avranno certo una coscienza,
un senso d’oppressione che li annienta
giunti a casa, chiusi nella propria stanza.
Di Luca Ariano vediamo frammenti da Contratto a Termine (di prossima uscita per le Edizioni FarePoesia di Pavia) più che la denuncia tramite la poesia, la protesta. Un bel distico come “della città, oggi, che Bologna, con la sua babele / di portici ti rassicura nel tuo anonimo sguardo” è nella sua gratuità l’indice di un’opposizione della poesia al contemporaneo, la cui lingua è abbastanza forte da parodiarne l’anti-valore, con un recupero del sensuale in seno al vecchio verso un saggio gusto dell’antiquariato. Deposita una patina fine anche sul corpo nuovo della storia e della lingua contemporanea, come fosse qualcosa di completamente già codificato, da rimodellare nell’esibizione che questo suo materiale, gli oggetti e le persone che propone, sono già kitsch:
Carmela s’è licenziata per le troppe
attenzioni in negozio e Liuba
- due figli a carico, la sera
s’addormenta con gli occhi gonfi
davanti al vetro.
[…]
forse non hai nulla
da raccontare, sei una sequenza di Kaurismaki
e nel bar i ragazzi sono un videoclip
di MTV, una scena urlante di Muccino.
Anche in Ariano troviamo il collettivo in seno al personale, che guarda alla storia recente o lontana, e che usa semmai non l’umorismo paradossale di Fantuzzi, quanto la tagliente ironia che rimette in circolo tutti gli stereotipi dominanti lo scomodo passato. L’accumulazione delle parole (dei nomi) è la libertà di salvarli, perché Ariano è meno propenso a creare storie ma più interessato a leggere e a ridire le parole che esse sedimentano, preservando insieme ad esse tutt’un mondo.
La Tina per il compleanno s’è regalata il busto del Duce
del nonno: lucidato e spolverato svetta in camera,
“Se vinceva la guerra Hitler…”
e quei Sette Martiri sono solo rompicoglioni comunisti:
Barbieri, Ferrari, Ferrarini, Fanfoni, Massari, Pattacini, Vescovi;
celebrazioni per vecchi nostalgici
che han governato per cinquant’anni.
(da Anime distrutte)
Con Alfonso Maria Petrosino l’ironia invece guadagna le sue capacità più propriamente letterali. Petrosino è il gioco della Storia. Per esempio qualche frammento da Autostrada del sole in un giorno di eclisse, edizioni Omp, Pavia 2008:
Il Presidente Ciampi ammaina
il tricolore e per ricordo
me lo consegna, ma sul bordo
c’è scritto Made in China.
La sua ironia, fatto interessante, funziona solo se è assemblata dalla voce del soggetto, dal poeta, nella libertà del non rispetto delle categorie razionali che distinguono e mettono in gerarchia i fatti e la loro interpretazione. Stravolgere e fantasticare è la voce popolare del parlare poetico, pronto a mettere insieme i suoi tasselli usando la rima (emblema della poesia) sempre in funzione straniante.
NELLA CANTINA DELLA CASA BIANCA
migliaia di bandiere a stelle e strisce
per le madri piangenti dei caduti,
e se l’esercito in battaglia arranca
una bandiera bianca.
Leggiamo come non solo l’ironia funzioni da materia della lingua, ma anche come l’enunciatore stesso sia presente nel dettato, non sia assente dal testo. Anche Petrosino a volte pone un soggetto romanzesco, con l’aggiunta del piglio dissacratore che fa a pezzi il mondo quotidiano. E lo trasfigura per dominarlo come momento immaginario della coscienza, della propria parola, in una propria re-interpretazione, una propria riscrittura della realtà in una favola.
TUTTA COLPA DEI COMUNISTI
Ho deciso e sono serio,
dopo lunga riflessione,
che il mio solo desiderio
è di andare alla stazione
e pigliare al volo un treno,
ma davanti, e suicidarmi,
non piacendomi il veleno,
non avendo il porto d’armi.
[…]
Quando vedo
con le braccia spalancate
mi domando a cosa serva
se post universitate
quella dea nessuno abbracci
preservandolo dal tedio.
Poi la guardo dritto in faccia
e le mostro il dito medio.
[…]
Si avvicina un ubriacone
e interrompe i miei pensieri,
prende il vino nel cartone
ed un paio di bicchieri;
poi ne versa solo un po’,
finché sono mezzo pieni,
e dice: “Oggi non si può:
c’è lo sciopero dei treni.”
A parte la lettura degli eventi, Petrosino ha anche la percezione solida che il letterario (il simbolico) e il reale possono compenetrarsi, anche solamente con la loro giustapposizione. Gli eventi più crudi entrano nella lingua dalla porta dell’immaginario, una porta per così dire principale quando si appoggia alla grande tradizione poetica, al canone letterario, ad un ponte che renda simile la poesia alla realtà da trasfigurare in poesia.
LETTURA ODIERNA DEI VV. 21-24, III,
DELLA GERUSALEMME LIBERATA
ecco apparir Gierusalem si vede
ecco in TV Gierusalem s’inquadra
ecco additar Gierusalem si scorge
ecco che su Gierusalem si zooma
ecco da mille voci unitamente
ecco uno schianto fuoricampo si ode
Gierusalemme salutar si sente
Gierusalemme – patapùm – esplode.
(Da Parole incrociate, Tracce, Pescara 2008)
Questi due ultimi autori sono quelli che più rendono una lettura “simbolica” degli eventi. Cioè si appoggiano in maniera più vistosa e fiduciosa al ruolo del linguaggio, che deforma la Storia e la porta verso una loro sensibilità personale: per Ariano è una riscrittura artificiale (come artificiale è un presente senza valori), per Petrosino devia invece verso la favola (in senso letterale, mitologico, non romantico). Marco Bini invece riprende da Fantuzzi: anch’egli ripercorre un personalismo storico che porta gli uomini a scontrarsi con la Storia, riportata alla luce dal ricordo ma specchiata immediatamente con l’anonimato quotidiano, dove i risultati delle azioni passate si sono già persi e dimenticati. Spetta allora al linguaggio tenere viva quest’attenzione: la poesia come una badante per una storia troppo vecchia, per una scomoda anziana non auto-sufficiente. Come una straniera il cui accento legge dalla diversità della sua cultura (diversità rispetto all’attuale) qualcosa che noi stiamo perdendo. Ne è esempio questa poesia, che sarà pubblicata sull’antologia Pro/Testo, a cura di Luca Paci, di prossima uscita per le Edizioni Fara, Rimini:
Per quel che mi è dato di sapere
può essere causa dei mali di qualcuno.
Avrà fatto il pescecane; oppure una vita dignitosa
al suo paese, la sera al bar, la briscola, il vino
qualche bestemmia; forse era tra quelli col moschetto
ai tempi di Salò, o uno che affrontava a viso alto
la carica della celere, sindacalista.
So solo che compare a metà del pomeriggio,
l’astio nello sguardo che riserva per la bionda
che lo tiene per il braccio sistemandogli le braghe
della tuta, che ancora si rivede quella volta,
infreddolita alla frontiera mentre sputa
via, richiudendo la lampo a un’uniforme.
Che si accarezza con la mano la permanente
vistosa, appena fatta, come quella di una signora.
Inoltre Bini offre una maggiore apertura ad un dato complessivo rispetto ad una lettura degli eventi. Il personaggio si fa molteplice per un passaggio non fisso del dettato, che invece spazia un po’ come Ariano su diversi caratteri, le cui appartenenze differiscono per temporalità ma testimoniano per entrambi un’omogeneità dei destini. In questo la lingua di Bini è fortemente visiva, come il campo di uno sguardo abituato a riconoscere laddove singoli elementi possono arrivare a comporre un unico paesaggio. Non è una riduzione ideologica, ma la capacità di spaziare in libertà e ricomporre così i pezzi del mondo in un linguaggio uniforme, una lettura di una qualche direzione. Qualche attinenza, direbbe un americano, con il contagio postmoderno.
Se non l’avessi visto coi tuoi occhi, sarebbe soltanto
un lontano ricordo della naia, o un relitto della Storia;
e invece li hai visti lì, intermittenti ed ebeti negli sbuffi
dei loro fiati, allineati nel parcheggio, lo sguardo fisso
in basso dei cercatori d’oro, serrando forte i denti
e trattenendo la pelle d’oca.
A casa si è fatto giorno
col trillo della sveglia e il gargarismo della caffettiera;
al cantiere col tuonare di un portone e lo sconquasso di lamiera.
Poteva venirti in mente la scena di un vecchio film,
o lo schema sul libro che usavi a scuola; un veliero
che punta a occidente, la stiva colma di africani, la prora
in bilico sul mare; oppure una petroliera, in partenza da Bassora.
Ronchi
Mattinieri
Dorme Parigi stamane, è cominciato l’inverno.
[…] Raccolgo appunti per la protesta, trovo
forza lungo queste vie a schiena d’asino.
[…] mi è chiaro ormai che
nei giorni successivi al mio ritorno, negli anni, ho deciso
farò tremare qualcuno con la scrittura e con la voce.
Occorrerà soltanto trovare la misura nel correre libero
delle parole e delle forme che prendono. Intanto qui
si popola piano l’università dei suoi ragazzi.
Nell’androne un giovane occhiali e occhi lunghi.
Parliamo anche con altri nel cortile, della guerra
che qualcuno sta decidendo. E di cosa potremmo
fare noi, una manifestazione per le vie.
[…] Difficile, impossibile
da sopportare che qualcuno giudichi al posto nostro.
E che sia convinto del suo, perché s’è messo le cose
in maniera da convincersi. Ma non ha letto neppure
la metà di quello che abbiamo letto noi. Non ha passato
le giornate a studiare e a capire, come abbiamo fatto noi.
Emerge infine la conclusione che l’enunciatore (quello che parla per voce del poeta) funziona attraverso i testi come colui che pone la Storia dentro un problema estetico. Le grandi opere hanno sempre avuto con la Storia un rapporto marginale. Dante, pur essendo nei generis lo scrittore più impegnato, ci parla di bande a Firenze, che però diventano emblema della lotta in cui vive la trascendenza assoluta del male. Si deve ragionare sicuramente su come lo scrittore esprime la storia, ma anche su come lo scrittore sia impegnato, nel proprio vissuto, dalla Storia (come lo era per l’appunto Dante). Una considerazione valida anche per questi poeti, che usano la lingua in vesta poetica per un punto di vista relativo, ristretto, chiuso in più storie, locali rispetto al globale; tentandone un’espressione tuttavia piena di un’estetica, di una voce, di un verso che fa pragmatico uso della personaggio, e dunque di un piglio orientativo, romanzesco, emblematico; cioè aperto rispetto ad soggetto storico e biografico. Insomma fa la normale mediazione, e dunque codificazione, tra due diverse realtà di dimensione.
Non è perciò una novità la polemica verso il contemporaneo (comune alla maggior parte della letteratura), ma è degna di nota la sensazione che parlando in una prospettiva storica si trovi un comune terreno di condivisione del discorso. Non ci sono qui gli autori che in altri decenni parlavano della Storia da un punto di vista ideologico. Questi hanno piuttosto un modo per parlare al “civile”, al cittadino che condivide con la comunità un sistema di valori e un quadro di riferimento. All’inizio dicevamo che la critica non deve comunicare. Una bella particolarità è che con il riferimento, anche parziale, alla storia, il poeta apre senza bisogno di mediazioni una comunicazione con il resto della società.
Grazie Guido per questo interessante saggio e per lo spazio e analisi acuta data ai miei versi.
Un caro saluto
Ringrazio Guido per questo bell’articolo.
In particolare, ci tengo a sottolineare una parte dell’introduzione che trovo particolarmente azzeccata.
“…questi testi si pongono, come vedremo, verso un preciso tipo di lettore, che in una qualche maniera diventa la figura anti-potere della letteratura. Quella che prolunga in sé il desiderio dello scrittore e supera così le barriere della critica.”
Credo che molto del senso di recuperare una consuetudine di poesia di tipo “civile” (e la scelta di Guido ce ne mostra alcuni esempi) stia proprio in questo scavalcamento di barriere. La critica è una di queste certo, ma un’altra è quella “langue” poetica che ormai esiste nell’accezione comune del termine “poesia”, intesa come genere letterario. Non si tratta - almeno questo è quello che credo - di una ribellione alla critica, anzi, io ne riconosco appieno il ruolo e la necessità; era Roland Barthes, mi pare (e qui Guido può sgridarmi se sbaglio!) che definiva la critica letteraria un ulteriore modo di fare letteratura sulla letteratura, quasi un genere letterario vero e proprio. In questo senso, la critica nella sua forma migliore, con la capacità di rendere il testo letterario ancora più polifonico, arricchendolo di nuove istanze, prolunga il desiderio dello scrittore invece di fermarlo.
Sono d’accordo anche sul tema del linguaggio. Tanto la Storia che la Contemporaneità sono dati come un corpus definito di linguaggi e relazioni. Credo che la vera libertà che la poesia si può prendere, in questo senso, sia di sovvertire questa miriade di microsistemi innescando piccoli (o grandi, talvolta) congegni linguistici, in grado, detonando, di renderci quelle frazioni di realtà, passata o presente, sotto un aspetto differente, per l’appunto sovverrtito e rimesso pienamente in gioco. Questa operazione diventa più efficace se si cerca di fare una poesia “accogliente” verso proposte linguistiche e concettuali diverse da quelle della “langue” poetica dominante, tanto sul piano temporale che geografico, dando vita così a una “parole” più personale e ricca. Non c’è solo il romanzo come genere “onnivoro”, anche la poesia lo è, può esserlo.
Marco Bini
Ringrazio Marco per il bel intervento e per questo appunto sul ruolo della poesia tra lingua e storia. Credo che così sia ancora più chiaro. Ed anche per la critica. Il tono un po’ provocatorio di questo articolo stava ad indicare anche uno sforzo da compiere per uscire dal saggetto e dalla recensione, dal sunto liceale, per correre paralleli e svolgere pienamente una funzione in seno alla scrittura. Là dove linguaggio e meta-linguaggio (come appunto insegna Barthes, sul cui modello è sinceramente fatto questo pezzo) si confondono non in letteratura, ma in scrittura. Inoltre ha fatto bene Marco a ricordare una cosa a cui io non avevo accennato. Non c’è solo il romanzo che si occupa di poesia, spero che ora sia a tutti evidente.
Guido Mattia Gallerani
Non è stato caricato il pezzo che riguardava Valentino Ronchi. Lo metto in commento:
Ronchi, nella sezione “L’Avventura, la Noia, la Serietà” de Canzoni di Bella Vita (Lampi di Stampa 2006), esprime più propriamente la volontà di cui sopra. È il poeta che forse per la prima volta ci racconta, e avvicina così molti giovani, l’esperienza dell’Erasmus e la volontà di cambiamento, di rottura che per molti (personalmente per “me” che qui vi si compara allora più facilmente come lettore, nel desiderio d’emulazione, identificazione, sbaraglio di una critica) ha rappresentato. Mette così in scena un soggetto non aperto, molteplice come gli altri, ma ugualmente costruito come un personaggio romanzesco che trasporta una generosità, una moralità nell’esibizione sincera del suo processo di maturazione, di racconto di formazione (la modalità del racconto rende anche l’architettura del verso anti-poetica) ancora capace di parlare di sé agli altri. Compaiono insomma tutti i temi topici della gioventù, come il loro insieme collettivo e la “prova” iniziatica della protesta dal punto di vista biografico, che fa da collante anche per i personaggi che di volta in volta s’incontrano, e li filtra così attraverso la propria storia, laddove negli altri autori conservavano un ruolo autonomo. Contemporaneamente alla ricostruzione di questa storia, che avanza nella ricerca di una propria posizione naturale, c’è anche la nascita parallela di un linguaggio che cerca di dare al lettore il senso di questo mutamento. C’è come uno scatto generazione in seno alla poesia, poiché ogni segno, autobiografico in questo caso, non si distingue dagli altri per la propria identità, ma come i segni della linguistica soltanto per la propria differenza, data dall’opinione sfrontata che noi, i giovani, abbiamo letto, imparato di più, e non possiamo ripetere gli errori del passato. Bisogna pur rendere conto anche del genere “autobiografico” (fittizio o no) che ha tanta fortuna in poesia, ma minore in questa rassegna, e della sua capacità d’interagire, fatto altrettanto inedito nella poesia dei giovani, con gli stereotipi della Storia, con eventi scontati come la “voglia di ’68”.
Consiglio, passando, uno dei migliori libri di poesia usciti in questi anni. L’ultimo di Giampiero Neri, Paesaggi inospiti, per Lo Specchio Mondadori. Nessuno al giorno d’oggi sarebbe in grado di scrivere un testo così organico. Le belle poesie possono venire a tutti. Tuttavia, le riviste taceranno, perché preferiscono le poesie ai libri di poesia.
pyqalycokin…
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