La trilogia di De Michele: alcune considerazioni
ManuS
Leggi in pdf: La trilogia di De Michele
«Tutte quelle storie che crediamo di aver dimenticato
sono qui, su di noi.
Sono la nostra pelle,
ce le portiamo addosso tra i vestiti e le ossa,
le abbiamo già indosso quando ci svegliamo,
e quando andiamo a letto sono ancora su di noi»
- G. De Michele –
Perché scegliere De Michele in un numero dedicato alla storia? Perché nei suoi tre romanzi qui presi in esame (Tre uomini paradossali, Scirocco e La visione del cieco) la storia vive – e non come semplice scenario di fondo. Vive e pulsa come un protagonista in carne e ossa, in maniera continua, intrecciata e spesso rocambolesca, senza quelle asettiche divisioni didattiche che spesso i manuali presentano. Vive e si evolve fino a sciogliersi nella cronaca, fino a tracimare nella polemica graffiante verso alcuni eccessi della società (e del professionismo) contemporanei. Senza facili semplificazioni.

Nel primo, Tre uomini paradossali (Einaudi Stile Libero, 2004) i protagonisti cercano di tirare le fila di un discorso che si origina attorno al ’77. Anni di stragi, di complotti, di buoni e cattivi: davvero tutto è archiviato e concluso? Davvero quel periodo lo possiamo inscatolare e passare agli scienziati che lo archivieranno? Non sembra di questo avviso De Michele, non nel momento in cui cerca di rintracciare i riflessi di quelle vicende, di illuminarne le zone buie. A seguire questo percorso c’è un protagonista malinconico, strenuamente rivolto al passato, costretto a confrontarsi con un tempo e un mondo avvolti dalla nebbia (elemento determinante e, credo, non solo scenografico, del libro) dove i diversi personaggi appaiono scompaiono come fantasmi.
Tutti e tre i libri sono sinteticamente catalogati come gialli o noir. In tutti e tre, in effetti, ci sono enigmi da risolvere, assassini da rintracciare. Ci sono pericoli che attendono i protagonisti ad ogni angolo. E la gran parte dei misteri vengono risolti. Eppure i libri non si esauriscono qua. Non tutto viene sciolto. Ci sono grandi intrighi che vengono sventati e rimandati, non completamente eliminati. Ci sono cattivi di cui non conosciamo la faccia, la posizione. Ci sono – nel passato e nel presente delle storie raccontate – dei buchi neri, dei nodi che non si sbrogliano. Credo che in questo De Michele mostri di essere più realista che romanzesco, consapevole della situazione italiana. Nel suo libro Il cuore oscuro dell’Italia, T. Jones sottolinea quell’alone di irresolutezza che caratterizza la politica e la giustizia italiana. In Italia nessuno è mai del tutto e veramente colpevole. In Italia non si recidono mai completamente i legami con il passato: ai vertici del potere non c’è una reale epurazione, solo, si cambia maschera. È un’interpretazione che calza a pennello soprattutto per Scirocco, il secondo libro della serie. Complesso (e in alcuni tratti ingarbugliato), in esso De Michele si confronta con una cospirazione di portata internazionale, di cui l’Italia è solo una pedina. Una cospirazione che non è facile seguire. Si fa fatica a non lasciarsi distrarre. Una fatica in qualche modo avvicinabile a quella di chi, in Italia, cerca la verità. Poche cose certe: è così che funziona da noi.
[SCIROCCO: IL PASSATO INCONTRA IL PRESENTE]
Scirocco è un libro estremamente articolato, ponte tra Tre uomini paradossali (più legato al passato, in cui il protagonista cerca di affrontare i propri fantasmi) e La visione del cieco (più intriso di presente, in cui si leggono, nemmeno tanto tra le righe, fatti recentissimi di cronaca nera).
Scirocco è il libro in cui passato e presente si accavallano:
«Esiste (o è esistito. Fa differenza?)» (p. 50)
«Come rigiocare un vecchio gioco già noto» (p. 208).
E come non ricordare la scena del pranzo (p. 209) con la sovrapposizione visiva/onirica tra il pranzo attuale (con il protagonista, Lara e Andrea) e quelli degli anni precedenti (con Barbara, Andrea e Cristiano)? «[…] come ai vecchi tempi» (p. 209).
Ho citato solo alcuni esempi ma, volendo, l’elenco non si esaurisce certo qui.
Il passato ritorna, si invera: la memoria si fa profezia.
Con De Michele la storia si fa carne o meglio: ferita. Una ferita che non si rimargina, che pulsa, che impregna di sangue le bende con le quali si tenta di nasconderla. È attraverso il dolore dei protagonisti che noi conosciamo il passato di un’intera nazione – la nostra. È attraverso i traumi, le botte, le perdite, che scopriamo frammenti di una storia relegata ai margini dei manuali scolastici, che sembra cambiare ma rimane sostanzialmente uguale a se stessa. Il nostro viaggio parte dal ’77 circa e approda fino al G8 di Genova: gli eventi sono diversi, eppure quanti punti di contatto presentano…
La fusione tra passato e presente si realizza anche su un altro piano: l’incontro tra generazioni. Le relazioni che si intrecciano diventano reificazione di due mondi che si compenetrano, di due generazioni che si arricchiscono con uno scambio reciproco. Quella di Lara e di Ferodo ritrova una memoria storica e una profondità temporale. Scopre un passato, il proprio, che non sapeva di avere: quello di ferite che non si rimarginano e che non si studiano tra i banchi di scuola. Quella del protagonista (e di Andrea e di Cristiano) acquista un raggio di azione pratica, di incidenza sul reale. Attraverso Lara ma soprattutto attraverso Ferodo e la sua sapiente manipolazione delle nuove tecnologie, può rimettersi al tavolo da gioco, riprendere –praticamente- la parola.
[SPERSONALIZZAZIONE NARRATIVA]
Scirocco è anche un libro fortemente strutturato. Nel senso che De Michele gioca con la sintassi e la struttura del libro.
Con la struttura: prende la fabula e la spezzetta, incastrando poi questi pezzetti in un continuo andirivieni che è non solo spaziale ma soprattutto temporale (il racconto presente è intervallato da continui flashback e flashforward). Questo procedimento De Michele lo riprende nel successivo La visione del cieco. Anche qui le giornate (i capitoli) slittano l’una sull’altra: il prima segue il dopo, ci sono anticipazioni, ci sono flashback.
Con la sintassi: il procedimento parte con Scirocco (anche se qualche anticipazione non manca nel primo libro) e arriva a compimento con La visione del cieco. Potremmo definirlo spersonalizzazione narrativa. In De Michele assistiamo infatti ad un azzeramento del tradizionale modello descrittivo, quello narrativo per eccellenza. Leggiamo i brani seguenti:
«Invio: cellulare clonato con scheda internazionale.
Destinatario: località non determinabile.
ALFA: Problemi?
LAMBA: Probabile. Sta facendo controllare un bar a Roma […].
Bicchiere di sherry brandy. Sorseggiare lentamente. Riflettere. Avvertire Zeta. No: Beta» (p. 270);
«Bicchiere in cristallo boemo riempito per tre dita: una porzione generosa.
Fade away: l’acquario cede il posto al desktop.
Connessione Internet: attivata.
Connect with: Sito Web criptato-Hot line erotica.
Libreria fotografica. Accesso vincolato, password required» (p. 354);
«Contenuto della borsa in pelle nera: carte. Il mondo è governato dalle carte.
All’interno della borsa: riviste di relazioni internazionali. Il numero del secondo quadrimestre. All’interno del fascicolo patinato: Open Letter to the President, 19 febbraio 1998» (pp. 392-393).
De Michele limita al massimo l’invadenza del narratore nella descrizione, piuttosto cerca di sezionarla, ritagliando e giustapponendo le immagini. Elimina tutti quegli elementi lessicali di passaggio, a favore di uno stile paratattico e fortemente nominale. Uno dei momenti più alti di questo stile si ritrova ne La visione del cieco, pp. 178-179:
«La padrona di casa Gianna Broglio: raggiante, elegante, eloquentemente discinta. Ha il marito ricoverato in ospedale.
Il vicesindaco Pietro Ghini: compito, sobriamente alticcio. Gli hanno ammazzato la figlia e rinchiuso la moglie in una camicia di forza senza camicia. […] L’ambiente circostante: nulla di nuovo. Le unghie di Giada De Luca: smaltate, manicurate, stellate. E le dita: sempre lunghe e sottili.
Lina Cenci, l’ingegneressa: […].
L’ingegner Cenci in capannello col senatore Stabili e il Malagoli […]».
Siamo di fronte ad un passaggio largamente debitore allo stile cinematografico. Una sequenza composta da una serie di primi piani: nessuna scena d’ambiente o ripresa a volo d’uccello. Sequenza di mezzobusti giustapposti l’uno all’altro.
È chiaro che in questo modo di procedere rientra una particolare concezione del narratore. C’è, in alcuni passi del suo romanzo, quasi un azzeramento della sua funzione mediatrice, una volontà di portare il lettore a diretto contatto con il fango pulsante della storia, con le lacerazioni dei personaggi. Non è un caso, a mio avviso, che questo procedimento tocchi il culmine con il terzo libro, quello che mette totalmente da parte la prima persona.
In Tre uomini paradossali gli eventi sono affidati alla mediazione di quel narratore un po’ anomalo (nel senso che rompe le consuetudini della prima persona, entrando, ad esempio, nei pensieri di Andrea Vannini, pp. 88-89) che è il protagonista.
In Scirocco abbiamo un passo in avanti: si alternano due narratori, il protagonista e, nei momenti in cui il lettore viene messo a conoscenza dei movimenti della controparte e dei suoi intrighi (di movimenti cioè che il protagonista non può conoscere), un occhio impersonale, che perde le caratteristiche umane del raccontare. Sono questi i momenti in cui il linguaggio si fa più lucido e secco, in cui lo stile nominale e paratattico la fa da padrone. Ed anche quando ci vengono presentati “i cattivi” che si incontrano e tessono le loro trame, è come se De Michele avesse piazzato una telecamera in un punto specifico, riprendendo da lì le loro azioni e le loro parole. Non vi fate ingannare: anche quando questo narratore pare farsi più vivo, in realtà è il discorso indiretto libero che domina, è la regressione del narratore che lascia spazio ai pensieri o alle parole dei personaggi (alcuni esempi? Leggete pp: 151-152 o pag 246).
Una possibile spiegazione della scelta, potrebbe essere questa: dando spazio ai nomi, piuttosto che ai verbi, De Michele vuole dar spazio alle cose, alla loro oggettività, alla loro evidenza. Vuole eliminare quelle azioni o quelle descrizioni che, per loro stessa natura, rimandano a una persona.
Questa stessa spiegazione vale anche per l’uso dell’indiretto libero. Adottandolo il narratore prova a scomparire e a lasciare spazio ai personaggi. (Basti pensare all’espressione tedesca del discorso indiretto libero: erlebte Rede, cioè discorso vissuto).
[
Ne La visione del cieco il gioco si completa. La spersonalizzazione del narratore (inteso come mediatore umano, come affabulatore che plasma le storie) qui passa anche attraverso una frantumazione del punto di vista e della voce che racconta. Non seguiamo più solo i personaggi protagonisti: anche gli animali hanno una loro parte e una loro voce.
Con La visione del cieco, siamo probabilmente di fronte al frutto più maturo della trilogia di De Michele. Punto forte di questo libro è innanzitutto la delimitazione della scena. Se l’ampiezza di orizzonti e di macchinazioni di Scirocco ogni tanto scricchiolava, qui De Michele isola uno spazio ben preciso (quello del borgo) dipingendolo in maniera più vera e concreta. Il lettore può così ancorare l’immaginazione ad un luogo, prendere consuetudine con i suoi angoli, le case, gli abitanti. Riesce a sentirsene parte.
Altro punto forte è la tensione sarcastica che pervade queste pagine.
L’autore non fa sconti a nessuno: non li fa ad una certa letteratura che si adagia sugli allori diventando connivente con il potere (detto altrimenti: alla letteratura che fabbrica spilli), alla cultura da salotto, all’ipocrisia che regge le relazioni su cui si costruisce il potere, al giornalismo d’intrattenimento, alla spettacolarizzazione del dolore, al professionismo che svende se stesso…
Come ho già detto, qui De Michele mette da parte la prima persona, arrivando al limite della coralità. Il narratore infatti permette ai personaggi di guadagnare spazio: li sentiamo, uno sopra l’altro, che si accapigliano per conquistare una posizione. Li sentiamo, ognuno con le proprie idee e la propria voce: una cosa è la lingua di Vannini, una quella di Olga, un’altra ancora quella di Merlino.
Rispetto ai due romanzi precedenti, La visione del cieco acquista una più profonda dimensione sociale: De Michele si mostra implacabile verso quella che potremmo definire la degenerazione dei costumi. Ritaglia una porzione di mondo – il borgo – e la passa al microscopio. Niente viene tralasciato o risparmiato. Il sesso, le droghe, la falsità, le perversioni, le ambizioni, il marcio e incontrollabile pettegolezzo che infanga le vite, i giochetti di potere, i piccoli imbrogli di ogni giorno…
Con La visione del cieco il cerchio si chiude. Partito dal passato De Michele arriva ad oggi, mostrando come, pur nella finzione letteraria, si possa dir molto del proprio paese. Senza dover necessariamente spiegare tutto. Anche semplicemente indicando i contorni delle zone buie.


nolykupava…
Applebees Grill Neighborhood …
ifacusibem…
fusetv pants com uncensored …