Guido Monti e il Libro di Poesia (Eri Bartali nel gioco, Ed. Ass. Cult. “La luna”, 2008, pp. 21, incisione di Raffaella Ravelli)
Ripartiamo dai poeti. Proporrei un’operazione, dando per buono quanto segue: tutti, forse, possono arrivare a produrre una “buona” poesia facendo pratica. Per una questione di statistica infatti, in Italia abbiamo 4 milioni di poeti e 4000 lettori di poesia, se ammettiamo che tutti quelli che dicono di scrivere poesie scrivano almeno qualche buona poesia. Allora, propongo di chiamare poeta (e si potrà vantare del titolo di poeta) solo colui che può produrre un libro di poesia. In questo modo la poesia (grazie alla critica) è salva ed avremo modo di lavorare con un numero ristretto di nuovi poeti. Guido Monti, dopo Millenario Inverno (Book Editore, pp.44, euro 10) viaggia verso un nuovo libro di poesia. Lo dice Matteo Fantuzzi in una rubrica sulla Voce di romagna (16 marzo) ricordando come la plaquette sia una forma di passaggio da un’opera ad un’altra molto usato nella poesia italiana, anche per il buon servizio e disponibilità degli editori a questo formato. Originalità importante di queste edizioni, a cura del poeta Eugenio De Signoribus, sono le note riflessive degli autori stessi e le citazioni da “poeti di riferimento” prima delle poesie.
In questo modo abbiamo una diretta filiazione: sia con il percorso del poeta, da cui possiamo vedere come lui stesso si vede (anche in rapporto con l’opera precedente), sia con la tradizione a cui fa riferimento. Rileggendo quanto dice l’autore stesso, e mettendolo in rapporto col suo libro precedente, la poesia di Guido Monti conserva il suo tono originario, la capacità di riscrivere in sensazioni i punti cruciali di una storia personale. Il precedente libro era il racconto della nascita di una propria poesia. Era uno dei pochi libri attuali fondati sul punto di partenza di ogni linguaggio: un buco prodotto nel reale, dalle persone, nello spazio e nel tempo. Ora s’annunciano due ordini di cambiamenti: la storia a cui riferirsi è anche la storia di un popolo, per esempio quello della terra nel bellissimo testo L’Emilia, e il verso, che prima era l’uscita a tratti di una nuova parola, ora è nella sua misura un verso più “lungo”. Forse, nel prossimo libro, sarà l’indice di un flusso che raccoglie nella pagina e nelle pagine i frammenti di un discorso che l’autore non vede ancora, ma che maneggia con varietà maggiore, allo scopo di far rientrate “altro” nel suo aperto alfabeto (citando Monti). Per poter dire cos’è un libro di poesia, dobbiamo allora avvicinarlo progressivamente, seguirlo attraverso questa plaquette, il suo intermediario.
Guido Mattia Gallerani
Recensione apparsa su “FarePoesia” n. 1 settembre 2009
E resistiamo anche all’oscurità che incombe su questo spazio, pubblicando brevi pezzi, riflessioni, consigli, delusioni letterarie in attesa di tempi migliori, e di un nuovo numero, che si promette. Caramente,
Guido Mattia Gallerani